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Rise of the Virtual Class

Negli anni Sessanta, Marshall McLuhan predicava che il potere politico e quello economico sarebbero stati sovvertiti dagli effetti dirompenti dello sviluppo tecnologico sulle vite dei comuni cittadini. Molti hippies furono influenzati dalle teorie di McLuhan e si convinsero che il progresso avrebbe automaticamente trasformato i loro principi libertari anticonformisti in fatti politici. La convergenza di media, computing e telecomunicazioni, credevano, avrebbe inevitabilmente determinato il risultato di creare una democrazia diretta elettronica - l’agorà elettronica - nella quale ognuno avrebbe potuto esprimere le proprie opinioni senza timore della censura. Incoraggiati dalle predizioni di McLuhan, i radicali della West Coast si attivarono per sviluppare nuove tecnologie di informazione per la stampa alternativa, communities legate alle radio libere, home brew computer clubs e collettivi di arti visive.

Negli anni Settanta ed Ottanta, buona parte delle conquiste del settore informatico erano state rese possibili dal lavoro di persone influenzate dall’ottimismo tecnologico della “new left” e della controcultura. Negli anni Novanta molti di questi ex hippies sono diventati i proprietari ed i manager di grandi aziende del settore hi-tech; in questo contesto molto del lavoro pionieristico dei media activists degli anni Sessanta è stato recuperato e re-impiegato nelle grandi realtà del mercato dell’informatica di consumo. 

Nonostante molte delle aziende di questo settore possano meccanizzare ed esternalizzare buona parte dei propri processi produttivi, esse rimangono profondamente legate ad alcune figure chiave cui viene demandata la progettazione, l’ideazione e l’attività di ricerca connesse alla realizzazione di prodotti originali, dai programmi software ai chip per computer. Sono lavoratori ed imprenditori della cosiddetta “virtual class”. Nella definizione di Kroker e Weinstein fanno parte di questa schiera i “membri dell’intelligentia tecnologica, gli scienziati cognitivi, ingegneri, sviluppatori di videogames e specialisti della comunicazione in genere”. Incapaci di assoggettare queste figure alla logica produttiva della catena di montaggio, i managers hanno organizzato questi lavoratori “dell’intelletto” inquadrandoli in forme di contratto con scadenze precise. Proprio come l’aristocrazia lavorativa dell’Ottocento, il personale “core” dell’industria dei media e dell’informatica, vive sulla propria pelle tutta l’insicurezza determinata dalle contingenti condizioni del mercato. Da un lato, infatti, questi artigiani hi-tech non solo tendono ad essere ben pagati, ma hanno anche una considerevole autonomia operativa. D’altro canto, questi lavoratori sono costretti entro la logica stringente di un contratto a scadenza che non offre automaticamente garanzia di ricollocamento sul mercato del lavoro. Per molti della virtual class, con buona pace del proprio passato hippie, il lavoro è diventata la via principale per raggiungere la propria realizzazione.

Dal momento che questi core workers rappresentano allo stesso tempo una parte privilegiata della forza lavoro e gli eredi dell’idealismo delle comunità radicali dei media attivisti, quella California Ideology di cui abbiamo già parlato consente di raggiungere una sorta di sintesi tra la disciplina propria dell’economia di mercato e la libertà dell’artigianato hippie. Questo bizzarro ibrido è reso possibile esclusivamente attraverso una fede incrollabile nel determinismo tecnologico. Sin dagli anni Sessanta, i liberali - nel senso sociale del termine - hanno sperato che le nuove tecnologie informatiche avrebbero realizzato i loro ideali. Raccogliendo la sfida della New Left, la nuova Destra ha resuscitato una antica forma di liberismo, il liberismo economico. Al posto della libertà collettiva professata dagli hippie radicali, la nuova destra ha eletto proprio campione la libertà degli individui nel mercato. Dagli anni Settanta in poi, Toffler, de Sola Pool e molti altri hanno tentato di provare che l’avvento degli hypermedia avrebbe paradossalmente determinato un ritorno al liberismo economico del passato. Questa specie di retro-utopia raccoglieva l’eco delle predizioni di Asimov, di Heinlein e di molti autori della prima sci-fi i cui mondi futuri erano sempre pieni di pirati spaziali, commercianti intergalattici, scienziati geniali ed, in generale, personaggi prettamente individualisti. Il percorso del progresso tecnologico non ha sempre condotto a questa sorta di “ecotopia”; al contrario, ha determinato progressivo un ritorno all’America dei Padri Fondatori.

California Ideology

Per anni un gruppo di intellettuali europei ha parlato di una “California Ideology”. Intendevano identificare un certo sapore ottimistico, libertario e futuristico che sembra poter assaporare da Hollywood e dalla Silicon Valley. E spesso questo sapore viene associato ai primi momenti espressivi di alcune tendenze tipicamente californiane: antiautoritarsmo, new age, movimento beat e hippies. Se da un lato la California Ideology ha partorito internet per tutti e l’iPhone, dall’altro rappresenta uno dei principali motori delle moderne corporation industriali. Il che, inevitabilmente, finisce con lo spaventare la gente comune.  Recentemente, Paul Ford, in un articolo uscito sul New York Magazine, ha dato una lettura interessante di questo fenomeno, con il quale sono diventato, nel tempo, sempre più familiare. L’articolo di Ford è in particolare dedicato al mercato dell’editoria. Ne riporto una traduzione che mi auguro sia la più precisa possibile:

 […] il discorso di Franzen ne richiama alla memoria un altro, decisamente diverso, pronunciato a Stanford dal CEO di Apple, Steve Jobs, nel 2005. Jobs è la personificazione della California, tutta “corsa all’oro” e sempre meno “casetta in collina”. A Stanford Jobs ha ricordato il Whole Earth Catalog come una “delle Bibbie della mia generazione” - è “copia e incolla” fatto estetica, spirito hippy e garanzia di accesso ad informazioni nelle quali plasmare la propria anima di adolescente. Il Whole Earth Catalog è stato un precursore dello spirito DIY (do it yourself) assemblato da Stewart Brand. “Siamo simili a dei”, si legge nella prefazione, “e potremmo essere particolarmente bravi”.

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Futuro passato

Ho finito da poco di leggere un bell’articolo di Internazionale. Si racconta della visita di Steve Jobs allo Xerox Parc. In quell’occasione Jobs, da poco fondata la Apple, andò a visitare la sede della Xerox per vedere di persona Alto, il personal computer che Xerox aveva creato. Jobs riprese, evolvendoli, i concetti dell’interfaccia grafica di Alto e li trasfuse nel Macintosh. Stessa cosa per il mouse, inventato da Engelbert nel ’50 ed implementato da Xerox nel suo pc. Tutta questa storia potete trovarla raccontata su Internazionale (insieme alla storia di Starkweather, uomo di punta di Xerox e poi di Apple) e su un po’ di siti in giro per l’Internet. In questo mese di Settembre, che ho deciso di dedicare all’archeologia della creatività, mi sono reso conto che il nostro presente è davvero il futuro che altri hanno immaginato. Di certo non stiamo viaggiando su macchine volanti, né voliamo nello spazio con la stessa sicurezza con la quale prenderemmo un autobus. Ma, più pragmaticamente, lo spirito di innovazione della generazione 60-70 della Silicon Valley rappresenta ancora un potente carburante della nostra attuale condizione, costantemente votata alla ricerca di un futuro che, per sua stessa natura, appare sfuggente ed in costante movimento. L’abusato termine di start up, di incubazione, di sviluppo è parte integrante del nostro linguaggio comune; usiamo questi termini quando vogliamo raccontare il futuro, o provare a farlo, magari condendo il tutto con i ben noti sapori propri di frasi ad effetto forzatamente evocative (storie, persone ed idee che cambiano il mondo, ad esempio; vero Wired Italia?). Quello che sfugge talvolta al senso comune è che la nostra presunta idea di futuro è un riciclo del passato; la nostra attuale società non ha altra molla se non quella del business; oggi chi ha una buona idea non la gioca al fine di migliorare un processo del quotidiano di ciascuno di noi (dal quale poi trarre un profitto, come è giusto che sia), ma è attratto solo ed esclusivamente dalle prospettive economiche connesse alla propria invenzione. Lo stimolo più grande è quello di essere acquistati da qualcuno di più grande che commercializzi l’idea e ricopra d’oro il suo scopritore. Non è un caso che buona parte della storia della Silicon Valley affondi le proprie radici nella controcultura americana degli anni Sessanta; esisteva, allora, un senso del bene comune e della rivoluzione come espressione di forze creatrici per un bene superiore ed universale che il nostro mondo ha disperso in funzione di più sicure logiche economiche. Quella di questi anni non è innovazione e di certo non è innovazione del pensiero. E’ una rilettura, neanche critica, di un atteggiamento creativo cui sfugge la forza distruttrice ed insieme costruttiva dell’idea di rivoluzione.

La fabbrica del futuro

La prima moglie di Fred fu Susie “Xenia” Williams. A dire il vero, i due non furono mai formalmente sposati. Xenia era una attivista ed i due si incontrarono durante una marcia per la pace nell’Aprile del 1967. Poi, qualche mese dopo, parteciparono insieme ad un Comitato per le Azioni Non Violente; questo progetto richiedeva che le coppie avessero una relazione responsabile e permanente. E così si accordarono per una relazione responsabile e permanente. Dopo qualche tempo si accorsero che non erano affatto innamorati e che, a dirla tutta, non si sopportavano granché. Xenia aveva 19 anni, Fred 26. Lei era incinta di due mesi. Lei inoltre stava vivendo una crisi di sessualità e stava decidendo se diventare o meno omosessuale; la “faccenda del bambino” era troppo per lei. Si separarono. Ma il senso di responsabilità di Fred ed il suo romanticismo lo spinsero a tentare un riavvicinamento con Xenia; se la cosa non avesse funzionato, le avrebbe chiesto di tenere il bambino. Così, nel 1968, Irene, così si sarebbe chiamata la bimba, nacque in un ospedale di Northampton, Massachusetts. La madre di Fred si preoccupò del riconoscimento legale ed avviò quanto necessario per garantire a suo figlio di poterne ottenere la tutela.

Presto, Fred ed Irene presero la via della California, dove padre e figlia divennero itineranti, soggiornando in varie comuni di varie città della Midpeninsula – Menlo Park, Mountain View, Palo Alto – e sulle colline di Santa Cruz, la piccola città di mare che solo da poco si è guadagnata il titolo di college town. Nonostante portasse i capelli lunghi ed avesse la barba poco curata, nonostante indossasse una cintura con i colori dell’arcobaleno, Fred Moore non era un hippie, sia per inclinazione che per stile di vita. Suo padre aveva combattuto in India durante la seconda guerra mondiale, a Burma, ed in Cina, e gli aveva instillato un’etica del lavoro che trascendeva le ordinarie giustapposizioni politiche. La vita non doveva essere facile per un giovane padre single ed un attivista politico che insisteva nel condurre una vita umile per supportare il suo lavoro. Spesso frequentava il campus di Stanford, per incontri politici che andavano avanti per ore. Un sabato mattina, un ufficiale di polizia di Stanford venne chiamato al bookstore dopo che un commesso aveva notato una giovane donna che era rimasta a guardare fissa per più di mezz’ora gli scaffali della libreria. Aveva jeans e scarpe ma era senza maglietta. L’ufficiale si avvicinò alla ragazza e si accorse che qualcuno aveva scritto qualcosa con l’inchiostro nero sulla sua schiena: non mi sono persa; mi chiamo Chique (soprannome). Vivo al 345 di Willow Road, Menlo Park. Mio padre è qui; il suo nome è Fred Moore.

Il poliziotto riconobbe subito la giovane. Era la seconda volta che la trovava nel bookstore quella settimana. Quando venne rintracciato per la prima volta, il padre spiegò all’ufficiale che era impegnato in una conferenza sulle alternative al secondo piano della Tresidder Student Union ed aveva detto alla figlia di rimanere nella saletta del secondo piano. Disse di essersi dilungato e di aver perso la cognizione del tempo. La People’s Computer Company aveva portato alcuni suoi terminali all’evento e, attraverso le linee telefoniche, erano riusciti a linkarsi al mainframe, permettendo così al pubblico di poter giocare ed avere una prima esperienza di comunicazione online attraverso i modem dell’epoca, che trasmettevano le informazioni alla velocità di trenta caratteri al secondo. L’evento era stato organizzato da Alan Strain, il professore radicale che era stato preside della Peninsula School; questi si dimostrò un potente catalizzatore per Moore, rappresentando il seme che avrebbe dato il via alla sua idea di utilizzare il computer al fine di organizzare il movimento politico. La vera fortuna del business dell’informatica, insomma, nasceva non in virtù della lungimiranza di un gruppo di imprenditori, ma per la volontà di un drappello di attivisti di rimanere in contatto fra loro.

Non fu per mancanza di affetto che Fred Moore perse di vista la figlia; era evidentemente incapace di bilanciare il proprio dovere di genitore con i propri doveri di attivista politico. Se fosse vissuto in altre epoche, si sarebbe potuto dire che Fred Moore aveva la stoffa del Santo. Per quanto non avesse interesse nelle religioni rivelate e nelle loro organizzazioni, ha passato buona parte della propria vita a coltivare un ideale quasi gandhiano di non violenza come era allora in voga negli USA: cambiare il mondo facendo di sè un esempio di rettitudine morale e mettendo il proprio corpo in prima fila quando la forza delle parole non era sufficiente. Era l’era del vivere semplice. I movimenti di ispirazione New Left avevano scoperto che c’era un evidente squilibrio di forze e di risorse tra primo e terzo mondo e molti attivisti americani avevano deciso che il modo migliore di contribuire era prendere voti di povertà. Questo significava rigettare l’idea classica del sistema sociale americano basato su fondamenta consumistiche, sul consumo di energia, petrolio in particolare tramite le autovetture, e sull’utilizzo di quei device elettronici che stavano rapidamente diventando un achievment della middle class.

Il gap tra povertà e privilegio dilaniava il povero Moore. All’improvviso si rese conto di tutte le contraddizioni proprie del suo modo di essere un attivista. Si preoccupava della bilancia energetica e di quanto egli fosse parte del problema visto che utilizzava un auto per girare nella Santa Clara Valley. Annotò nel suo diario: “vorrei prendere un aereo per poter partecipare alle conferenze di ecologia – facciamo cose così contraddittorie”. Si preoccupava del dominio maschile sulla società, annotando nel suo diario che sulle banconote c’erano solo immagini di uomini e non di donne. Ma la vita non poteva essere solo vilipendio di se stessi. Vivere come un attivista ai margini della middle class lasciava un sacco di spazio per le avventure. Moore era un autostoppista inveterato, un viaggiatore senza meta, un esperto di backpacking. Andò a fare camping nelle Sierra e a Big Sur, perdendosi liberamente nella parte più selvaggia della California.

Nonostante la frequentazione dei tanti gruppi di cui era membro e delle comuni che lo ospitavano, Moore non aveva trovato l’anima gemella. Dopo aver fatto ritorno nella Bay Area, provò interesse per la sorella maggiore di Chris Jones, altra attivista di lungo corso. Quando Fred si presentò a casa sua in giacca e cravatta, Chris capì che era in tenuta da corteggiamento. Non ne seguì nulla. Per alcuni anni visse con una donna che aveva una figlia dell’età di Irene, ma la relazione non durò. Il suo mantra non era “camminare nella pioggia bevendo pina colada” ma era certamente un approccio radicale, a suo modo sentimentale: ” cercasi femminista convinta che insegue la propria visione, la propria causa e sia disposta ad avere figli. Sono un essere umano di 34 anni, sono stato madre e padre di mia figlia, sette anni, sin dalla sua nascita, sono stato un attivista radicale non violento ed ora ho solo voglia di metter su famiglia. Sei tu quella che sa far coincidere il raggiungimento delle proprie ambizioni con questi obbiettivi? Scrivimi. Fred”.

Attraverso le sue avventure ed i suoi travagli, una cosa si mantenne costante: Moore si convinse che il denaro era la ragione del male. “A causa del denaro viviamo per prossimità” scrisse. “La nostra vita è astratta rispetto a noi in funzione del denaro che maneggiamo”. I mali che derivano dal denaro sarebbero rimasti una sua personale ossessione se Stewart Brand non fosse incappato in una specie di profonda depressione e non fosse finito sull’orlo di una crisi di nervi. Già dal 1971 il Whole earth Catalog mieteva successi, dopo due anni dall’avvio delle pubblicazioni. Ma Brand teneva insieme i pezzi della propria creatura soltanto per effetto della sua onda emozionale. Il suo matrimonio con Lois Jennings, la donna nativa americana di cui si era innamorato uscito dall’esercito, iniziava a vacillare. C’era una clamorosa pressione a fare di ogni Catalog più grande e due volte più notevole del numero precedente, e lo sforzo iniziava a sopraffare Brand. Non si fermava mai e non aveva idea di cosa fosse una vacanza. Sembrava che tutto potesse andare per aria da un momento all’altro ed iniziò a soffrire di agorafobia. Una sera andò al cinema a vedere The Swimmer, un film basato sulla storia di John Cleever in cui Burt Lancaster impazzisce mentre il suo mondo crolla intorno a lui. Il film scioccò Brand. Letteralmente. Se ne tornò al suo appartamento pensando che la gente può davvero perdere tutto e gli sovvenne che, forse, stava succedendo anche a lui qualcosa di simile. Salvò le apparenze, facendo uscire l’ultimo Catalog, ma meditò il suicidio. Alla fine si rivolse ad alcuni terapisti, che lo aiutarono a venirne fuori. Realizzò di essere clinicamente depresso. Si guardò intorno e capì di essere circondato da persone per le quali gli effetti dell’LSD rappresentavano una sorta di passpartout per la salute; ritenne di non dover fare ricorso agli stessi strumenti. Prese invece a fregarsene delle sue cose: il matrimonio in primis e poi il Catalog. Con il suo staff mise in piedi il Partito della Dismissione del Whole Earth Catalog.

Brand aveva conosciuto Frank Oppenheimer, il fondatore del museo delle scienze Exploratorium presso il Palazzo delle Esposizioni di San Francisco, nel Marina District. Aveva aiutato Oppenheimer ad organizzare alcuni dei piani dell’esposizione durante la costruzione del museo. Il Whole Earth Catalog affittò il museo per una sera, e come sorpresa, Brand portò ventimila dollari in tagli da dieci con l’idea che, dal momento che egli aveva impiegato quella cifra per far partire il Catalog, fosse opprtuno restituire il prestito ricevuto dalla fortuna e provare a vedere di inziare qualcosa di nuovo, nel pieno spirito del “sarà quel che sarà”. Fu un avvenimento inusuale, anche per gli standard che si affermeranno qualche decennio dopo con il boom di Internet. L’Exploratorium mise a disposizione gadgets ed illusioni ottiche e ci fu musica, cibo e bevande. Si presentarono molti fan del Catalog, più di mille persone in totale. Nessuno tra il pubblico si rese conto di quanto stava per accadere quando un certo Scott Beach prese il microfono verso mezzanotte e disse: ” Mi dispiace dover interrompere le partite di pallavolo e le sniffate di elio dai palloncini, ma ci sono 20mila dollari che stanno per essere distribuiti alla platea”. Fece una pausa ed aggiunse “Ora vedo che ho la vostra attenzione”. Brand pensava che la gente, se correttamente stimolata, avrebbe risposto con idee geniali e rivoluzionarie. Non andò affatto così. Brand concluse invece che la gente spesso se ne esce con idee del tutto sconclusionate anche se adeguatamente stimolata. Brand allora prese il microfono e disse: ” Posso dirvi che lavorando a stretto contatto con la fondazione da tre anni a questa parte, questi non sanno niente di come si usa il denaro. Non ne hanno idea. Se non ne fossimo al corrente dovremmo davvero preoccuparci. Quindi questo è un territorio di confine. E come per ogni confine che si rispetti, dobbiamo affrontare per primi il problema. Potrebbe essere un problema creativo e – ed è questo il nostro obbiettivo – dobbiamo trovare una via d’uscita creativa”.

Venne messo un microfono tra il pubblico, la busta con i fogli da cento venne sventolata alla folla; le persone cominciarono a muoversi verso il microfono, per prendere la busta, dicendo quello che avrebbero dovuto fare con quei soldi. Poi passavano il microfono alla persona seguente. Brand era vestito con una specie di tunica da monaco che era appartenuta a suo padre, un gesto che era stato interpretato come un gentile omaggio. Anche Fred Moore era lì. E si convinse ancora di più del fatto che il vero arricchimento non derivava dal denaro ma dal valore della condivisione e della possibilità di acquisire e diffondere informazioni. Nonostante questa sua dichiarata avversione per il denaro, Fred Moore divenne ben presto una sorta di “banchiere del popolo”. E’ a lui che si rivolsero i ragazzi di Project One, un gruppo di attivisti che avevano elaborato una proposta multiculturale in cui si mescolavano teatro, politica e tecnologia. In particolare, il progetto prevedeva la possibilità di condividere informazioni attraverso l’uso dei computer nell’ambito di una iniziativa chiamata Resource One. Il progetto ebbe successo, al punto che venne data luce a Community Memory, un sistema di informazione basato a Berkeley che avrebbe resistito fino al 1980. Fu Moore a fornire a questi ragazzi gli strumenti giusti per utilizzare al meglio le risorse che avevano deciso di investire e sviluppare. Fu proprio il “partito dello scioglimento” del Whole Earth Catalog a dare a Moore l’occasione di capire quale fosse il valore dell’informazione condivisa e quanto il suo potere fosse largamente più cogente di quello del denaro.

Questa storia rappresenta un momento importante nello sviluppo del personal computing. A differenza di quanto potrebbe sembrare, al di fuori del circuito mainstream, l’attivismo politico e il concetto di “community” convergevano con la tecnologia per creare una sorta di rinascimento tecnologico in una parte del mondo che, presto, sarebbe diventata la Silicon Valley.